Author: sulgreto

Non lo sai

Non lo sai
non la conosci neppure
quella tua rorida bellezza
gli altri la raccolgono
per te
in ogni deliquio abisso
del tuo minuto sguardo
non si afferra
lungo le tue curve flessibili
si scorta
con le mani giunte
pronte ad accoglierti

dove a volte ti schiudi
nella tua spontaneità
fa spazio
essenziale
e questo basta
ma tu non lo sai.

¬ Anna A Sulgreto ¬


You do not know it
you do not even recognize it
your dewy beauty
others collect it
for you
in every swooning abyss
of your tiny glance
does not stop
along your flexible curves
we escort it
with two joined hands
ready to welcome you
there
where time to time you hatch
in your spontaneity
it creates space
essential space
and this is enough
but you do not know it.

¬ Anna A Sulgreto ¬

Stretti archi

Stretti archi
mani unite a navate imploranti il cielo
siete l’avamposto condannato confine.

Arca benedetta
del diverso vivo nonostante
siete processioni bianche strappate prima del frutto.

Siete l’orma
semina della memoria
pace trafitta con occhi fissi sulla giustizia.

¬ Anna A Sulgreto ¬


Narrow arches
joined hands as aisles pleading the sky
you are the outpost condemned border.

Blessed ark
with other alive despite
you are white processions torn before the fruit.

You are the trace
sowing of Memory
pierced Peace with fixed eyes on Justice.

¬ Anna A Sulgreto ¬

Nel buio

Nel buio
il tuo sorriso selvatico
piccola falce lunare
appare la sera
una virgola
sgattaiola via
nella notte
al primo sospiro di Dio
sta in attesa
sfida
quella stessa fiducia
che lentamente lo tira
cauta
verso di me
dentro di me
avvolgendo il domani.

¬ Anna A Sulgreto ¬


In the darkness
your wild smile
a small moon sickle
appears in the nightfall
sneaks out
in the night
at the first God’s sigh
and waits
defies
the same faith
that slowly catchs it
with care
towards me
inside me
wrapping a tomorrow.

¬ Anna A Sulgreto ¬

Etty – Settembre 1942

Spesso mi sono sentita, e ancora mi sento, come una nave che ha preso a bordo un carico prezioso: le funi vengono recise e ora la nave va, libera di navigare dappertutto. Dobbiamo essere la nostra propria patria. […]

Bisogna vivere con se stessi come con un popolo intero: allora si conoscono tutte le qualità degli uomini, buone e cattive. E se vogliamo perdonare agli altri, dobbiamo prima perdonare a noi stessi i nostri difetti.

È forse la cosa più difficile, come constato così spesso negli altri e un tempo anche in me, ora non più: sapersi perdonare per i propri difetti e per i propri errori. Il che significa anzitutto saperli generosamente accettare. […]

Essere fedeli a tutto ciò che si è cominciato spontaneamente, a volte fin troppo spontaneamente.
Essere fedeli a ogni sentimento, a ogni pensiero che ha cominciato a germogliare.
Essere fedeli a se stessi, a Dio, ai propri momenti migliori. E dovunque si è, esserci “al cento per cento”. Il mio “fare” consisterà nell'”essere”!

Etty Hillesum – Diario 1941-1943 (Traduzione di C. Passanti)


Concludo la sezione dei miei frammenti preferiti del diario di Etty Hillesum, con queste ultime righe risalenti al settembre 1942. Etty lasciò il campo di Westerbork un anno dopo. Verrà deportata ad Auschwitz, il 7 settembre del 1943. Da un finestrino del convoglio 12 di quel treno Etty gettò una cartolina che fu raccolta dai contadini: “Abbiamo lasciato il campo cantando”.

Il rigore letterario, la profondità filosofica e umana della Hillesum mi hanno profondamente scosso fin dalle sue prime pagine.

Pasternak – L’alba

You were the be-all in my destiny.
Then came the war, the devastation,
And for a long, long time there was
No word from you, not even a sign,

And after many, many years
I find again your voice disturbs me.
All night I read your testament —
And found my consciousness returning.

I’m drawn to people, to be one of a crowd,
To share their morning animation.
I’m ready to smash everything to smithereens
And make all kneel in schoolboy penance.

And so I dash down all the stairs
As if this were my first sortie
Into these streets and their deep snow
And pavements that long since died out.

Each way I turn I see awakenings, lights, comfort.
Men gulp their tea, they hurry to catch trolleys.
Within the space of a few minutes
You’d never recognize the town.

The blizzard weaves its nets in gateways
Out of the thickly falling flakes.
And all, to get to work in time,
Dash madly, hardly taking breakfast.

I feel for all these people
As if I’d been within their hides;
I feel I’m melting, even as the snow melts,
I feel I glower, even as the morning glowers.

The nameless ones are part of me.
Children also, the trees, and stay-at-homes.
All these are victors over me —
And therein lies my sole victory.


Tu eri tutto nel mio destino
poi vennero la guerra e lo sfacelo,
e a lungo, a lungo di te
non seppi più nulla.

E dopo molti, molti anni
la tua voce di nuovo mi ha turbato.
Tutta la notte ho letto i tuoi precetti,
rianimandomi come da un deliquio.

Voglio andar tra la gente, nella folla,
nell’animazione mattutina.
Sono pronto a ridurre tutto in schegge
e a mettere tutti in ginocchio.

Scendo di corsa le scale,
come se uscissi per la prima volta
su queste strade coperte di neve
e sul selciato deserto.

Spuntano ovunque fiammelle accoglienti,
la gente beve il tè, s’affretta ai tram,
nel giro di alcuni minuti
l’aspetto della città è irriconoscibile.

Nei portoni la bufera intreccia
una densa rete di fiocchi,
e per giungere in tempo tutti corrono,
senz’aver finito di mangiare.

Io sento per loro, per tutti,
come se fossi nella loro pelle,
mi sciolgo come si scioglie la neve,
come il mattino aggrotto le ciglia.

Con me sono persone senza nomi,
alberi, bimbi, gente casalinga.
Io sono vinto da tutti costoro,
e solo in questo è la mia vittoria.

BORIS PASTERNAK – POESIE (Traduzione di A. M. Ripellino)


“The nameless ones are part of me. | Children also, the trees, and stay-at-homes. | All these are victors over me — | And therein lies my sole victory.”

Così si scatena la tempesta

Così si scatena la tempesta
con un fruscio fremente
tra piccolissimi palmi
tessuti dal verde
e ricorda
il tumultuoso ascolto di lei
natura che viene
con maestosa incuranza.
Noi
– pretesti di scambio –
ci ricamiamo pazienti
sulla china del suo mantello
come fili dorati
cerchiamo altri bagliori
– luccicanti sentinelle –
in attesa di tempo.
Ma lei che si scuote
senza voltarsi
ci lascia a terra
trasformati in presagi
e con un solo filo
spezzato in mano
rimaniamo a misurare il cielo
come ultimo riparo.

¬ Anna A Sulgreto ¬


In that way the storm comes
with a shivering rustle
on the smallest palms
weaved by the green
and reminds
her turbulent listening
of the Nature that comes
with majestic carelessness.
Patient,
– excuses of exchange –
we embroied ourselves
on the rim of her cloak
as gold wires
we look for other gleams
– glittering sentries –
waiting for time.
But she shakes
without turning
and lets us on the ground
turned into omens
left with only one wire
broken in our hand
we lie down measuring the sky
as our last shelter.

¬ Anna A Sulgreto ¬

Non sei qui

Non sei qui
ma neppure altrove.
Tu stai sospesa
tra voci ovattate
di dialoghi slegati
come da un sogno.
Ti nascondi
dietro dardi di seduzione.
Ma ti smaschera la paura,
quella fretta di difenderti
per fuggire la domanda
“cosa ne farai della tua libertà?”.
Sulla tua dimora
lasci un indizio
indicando lontano
una vela fatta di stoffe
strappate da luoghi attraversati.
Le hai cucite cauta
con le tue cicatrici
mai dette.
Poi sorridi – non a me
nè a qualcun altro, altrove.
Sorridi perchè tu sola sai
dove potresti andare,
domani.

¬ Anna A Sulgreto ¬


You were not here
and you are neither over there.
I found you suspended
in dimmed voices,
loose dialogs
in a sudden dream.
You hide
in treasured darts of seduction
yet your fear betrays you
as your haste fleeying the question
“will you feel that far with your freedom?”
You let me guess your home
that sail far away,
those ripped clothes
from all the roads you walked through:
you sewed them with your own scars
you never told.
Then you smile, not to me
nor to anyone else
you smile for you only know
where you will be
tomorrow.

¬ Anna A Sulgreto ¬

Dickinson – 628

A Light exists in Spring
Not present on the Year
At any other period –
When March is scarcely here

A Color stands abroad
On Solitary Fields
That Science cannot overtake
But Human Nature feels.

It waits upon the Lawn,
It shows the furthest Tree
Upon the furthest Slope you know
It almost speaks to you.

Then as Horizons step
Or Noons report away
Without the Formula of sound
It passes and we stay –

A quality of loss
Affecting our Content
As Trade had suddenly encroached
Upon a Sacrament –


Una Luce esiste in Primavera
Non presente nel resto dell’Anno
In qualsiasi altro periodo –
Quando Marzo è appena qui

Un Colore sta là fuori
Sui Campi Solitari
Che la Scienza non può cogliere
Ma la Natura Umana sente.

Indugia sul Prato,
Mostra il più remoto Albero
Sul più remoto Pendio che tu conosci
Quasi ti parla.

Poi quando gli Orizzonti arretrano
O i Mezzogiorni replicano lontani
Senza Formula di suono
esso passa e noi restiamo –

Una qualità di perdita
tocca il nostro Sentire
Come se ad un tratto il Guadagno
profanasse un Sacramento –

EMILY DICKINSON – POEMS, 812


Etty – 28 Luglio 1942

Abbiamo avuto tempo a sufficienza per prepararci agli avvenimenti catastrofici di oggi: due anni interi. E proprio l’ultimo è stato l’anno decisivo, l’anno più bello della mia vita. Sono certa che ci sarà continuità tra questa vita e quella che ora verrà. Perchè è una vita che si svolge interiormente e lo scenario esteriore ha sempre meno importanza.

Etty Hillesum – Diario 1941-1943 (Traduzione di C. Passanti)

Etty – 20 Luglio 1942

[…] è un periodo troppo duro per persone fragili come me. So che seguirà un periodo diverso, un periodo di umanesimo. Vorrei tanto poter trasmettere ai tempi futuri tutta l’umanità che conservo in me stessa, malgrado le mie esperienze quotidiane. L’unico modo che abbiamo di preparare questi tempi nuovi è di prepararli fin d’ora in noi stessi. In qualche modo mi sento leggera, senz’alcuna amarezza e con tanta forza e amore. Vorrei tanto vivere per aiutare a preparare questi tempi nuovi. […]

“Il senso della vita non è soltanto la vita stessa.” aveva affermato S.

25 luglio, sabato mattina, le nove. In me c’è un silenzio sempre più profondo. Lo lambiscono tante parole, che stancano perchè non riescono ad esprimere nulla.
Bisogna sempre più risparmiare le parole intutili per poter trovare quelle poche che ci sono necessarie. E questa nuova forma d’espressione deve maturare nel silenzio. Ora sono le nove e mezzo. Rimarrò a questa scrivania fino a mezzogiorno; petali di rosa sono sparsi fra i miei libri. Una rosa gialla s’è schiusa al massimo e mi fissa, grande e spalancanta.

Etty Hillesum – Diario