Quotes

Pasternak – L’alba

You were the be-all in my destiny.
Then came the war, the devastation,
And for a long, long time there was
No word from you, not even a sign,

And after many, many years
I find again your voice disturbs me.
All night I read your testament —
And found my consciousness returning.

I’m drawn to people, to be one of a crowd,
To share their morning animation.
I’m ready to smash everything to smithereens
And make all kneel in schoolboy penance.

And so I dash down all the stairs
As if this were my first sortie
Into these streets and their deep snow
And pavements that long since died out.

Each way I turn I see awakenings, lights, comfort.
Men gulp their tea, they hurry to catch trolleys.
Within the space of a few minutes
You’d never recognize the town.

The blizzard weaves its nets in gateways
Out of the thickly falling flakes.
And all, to get to work in time,
Dash madly, hardly taking breakfast.

I feel for all these people
As if I’d been within their hides;
I feel I’m melting, even as the snow melts,
I feel I glower, even as the morning glowers.

The nameless ones are part of me.
Children also, the trees, and stay-at-homes.
All these are victors over me —
And therein lies my sole victory.


Tu eri tutto nel mio destino
poi vennero la guerra e lo sfacelo,
e a lungo, a lungo di te
non seppi più nulla.

E dopo molti, molti anni
la tua voce di nuovo mi ha turbato.
Tutta la notte ho letto i tuoi precetti,
rianimandomi come da un deliquio.

Voglio andar tra la gente, nella folla,
nell’animazione mattutina.
Sono pronto a ridurre tutto in schegge
e a mettere tutti in ginocchio.

Scendo di corsa le scale,
come se uscissi per la prima volta
su queste strade coperte di neve
e sul selciato deserto.

Spuntano ovunque fiammelle accoglienti,
la gente beve il tè, s’affretta ai tram,
nel giro di alcuni minuti
l’aspetto della città è irriconoscibile.

Nei portoni la bufera intreccia
una densa rete di fiocchi,
e per giungere in tempo tutti corrono,
senz’aver finito di mangiare.

Io sento per loro, per tutti,
come se fossi nella loro pelle,
mi sciolgo come si scioglie la neve,
come il mattino aggrotto le ciglia.

Con me sono persone senza nomi,
alberi, bimbi, gente casalinga.
Io sono vinto da tutti costoro,
e solo in questo è la mia vittoria.

BORIS PASTERNAK – POESIE (Traduzione di A. M. Ripellino)


“The nameless ones are part of me. | Children also, the trees, and stay-at-homes. | All these are victors over me — | And therein lies my sole victory.”

Dickinson – 628

A Light exists in Spring
Not present on the Year
At any other period –
When March is scarcely here

A Color stands abroad
On Solitary Fields
That Science cannot overtake
But Human Nature feels.

It waits upon the Lawn,
It shows the furthest Tree
Upon the furthest Slope you know
It almost speaks to you.

Then as Horizons step
Or Noons report away
Without the Formula of sound
It passes and we stay –

A quality of loss
Affecting our Content
As Trade had suddenly encroached
Upon a Sacrament –


Una Luce esiste in Primavera
Non presente nel resto dell’Anno
In qualsiasi altro periodo –
Quando Marzo è appena qui

Un Colore sta là fuori
Sui Campi Solitari
Che la Scienza non può cogliere
Ma la Natura Umana sente.

Indugia sul Prato,
Mostra il più remoto Albero
Sul più remoto Pendio che tu conosci
Quasi ti parla.

Poi quando gli Orizzonti arretrano
O i Mezzogiorni replicano lontani
Senza Formula di suono
esso passa e noi restiamo –

Una qualità di perdita
tocca il nostro Sentire
Come se ad un tratto il Guadagno
profanasse un Sacramento –

EMILY DICKINSON – POEMS, 812


Etty – 28 Luglio 1942

Abbiamo avuto tempo a sufficienza per prepararci agli avvenimenti catastrofici di oggi: due anni interi. E proprio l’ultimo è stato l’anno decisivo, l’anno più bello della mia vita. Sono certa che ci sarà continuità tra questa vita e quella che ora verrà. Perchè è una vita che si svolge interiormente e lo scenario esteriore ha sempre meno importanza.

Etty Hillesum – Diario 1941-1943 (Traduzione di C. Passanti)

Etty – 20 Luglio 1942

[…] è un periodo troppo duro per persone fragili come me. So che seguirà un periodo diverso, un periodo di umanesimo. Vorrei tanto poter trasmettere ai tempi futuri tutta l’umanità che conservo in me stessa, malgrado le mie esperienze quotidiane. L’unico modo che abbiamo di preparare questi tempi nuovi è di prepararli fin d’ora in noi stessi. In qualche modo mi sento leggera, senz’alcuna amarezza e con tanta forza e amore. Vorrei tanto vivere per aiutare a preparare questi tempi nuovi. […]

“Il senso della vita non è soltanto la vita stessa.” aveva affermato S.

25 luglio, sabato mattina, le nove. In me c’è un silenzio sempre più profondo. Lo lambiscono tante parole, che stancano perchè non riescono ad esprimere nulla.
Bisogna sempre più risparmiare le parole intutili per poter trovare quelle poche che ci sono necessarie. E questa nuova forma d’espressione deve maturare nel silenzio. Ora sono le nove e mezzo. Rimarrò a questa scrivania fino a mezzogiorno; petali di rosa sono sparsi fra i miei libri. Una rosa gialla s’è schiusa al massimo e mi fissa, grande e spalancanta.

Etty Hillesum – Diario

Pasternak – Sui cespugli aumentano gli squarci

On the bushes grow the tatters
Of disrupted clouds; the garden
Has its mouth full of damp nettles:
Such – the smell of storms and treasures.

Tired shrubs are sick of sighing.
Patches in the sky increase. The
Barefoot blueness has the gait of
Cautious herons in the marshes.

And they gleam, like lips that glisten,
When the hand forgets to wipe them:
Supple willow-switches, oak-leaves,
And the hoofprints by the horsepond.


Sui cespugli aumentano gli squarci
delle nubi sfrondate. Il giardino
ha piena la bocca di umida ortica:
è l’odore delle tempeste e dei tesori.

La macchia è stanca di gemere. In cielo
s’accrescono le luci delle arcate.
L’azzurro scalzo ha l’andatura
dei trampolieri per la palude.

E brillano, brillano come le labbra
non asciugate dalla mano
rami di vètrici e foglie di quercia
e tracce accanto all’abbeveratoio.

BORIS PASTERNAK – POESIE (Traduzione di A. M. Ripellino)

Etty – 19 Febbraio 1942

C’era un gran sconforto stamattina a lezione. Ma una luce c’era: una breve, inaspettata conversazione con Jan Bool mentre attraversavamo il freddo e stretto Langebrugsteeg, e poi aspettando il tram. Jan chiedeva con amarezza: cosa spinge l’uomo a distruggere gli altri? E io: gli uomini, dici – ma ricordati che sei un uomo anche tu. E inaspettatamente, quel testardo, brusco Jan era pronto a darmi ragione. Il marciume che c’è negli altri c’è anche in noi, continuavo a predicare; e non vedo nessun’altra soluzione, veramente non ne vedo nessun’altra, che quella di raccoglierci in noi stessi e di strappar via il nostro marciume. Non credo più che si possa migliorare qualcosa nel mondo esterno senza aver prima fatto la nostra parte dentro di noi. E’ l’unica lezione di questa guerra: dobbiamo cercare in noi stessi, non altrove.

Etty Hillesum – Diario 1941-1943 (Traduzione di C. Passanti)

Dickinson – 628

They called me to the Window, for
” ‘Twas Sunset” – Some one said –
I only saw a Sapphire Farm –
And just a Single Herd –

Of Opal Cattle – feeding far
Upon so vain a Hill –
As even while I looked – dissolved –
Nor Cattle were – nor Soil –

But in their Room – a Sea – displayed –
And Ships – of such a size
As Crew of Mountains – could afford –
And Decks – to seat the Skies –

This – too – the Showman rubbed away –
And when I looked again –
Nor Farm – nor Opal Herd – was there –
Nor Mediterranean –


Mi chiamarono alla Finestra, perché
“È il Tramonto” – Qualcuno disse –
Io vidi solo una Fattoria di Zaffiro –
E appena un Singolo Gregge –

Di Bestiame d’Opale – che brucava lontano
Su una così inconsistente Collina –
Che già mentre la guardavo – si dissolse –
Né Bestiame c’era – né Terreno –

Ma al loro Posto – un Mare – si dispiegò –
E Navi – di tale grandezza
Che una Ciurma di Montagne – si potevano permettere –
E Ponti – da sistemarci i Cieli –

Questo – pure – L’Impresario spazzò via –
E quando guardai di nuovo –
Né Fattoria – né Gregge d’Opale – c’era là –
Né Mediterraneo –

EMILY DICKINSON – POEMS, 628


I quote this poem with a special thought for a dear, crazy and truly gifted friend of mine who reminded me an interesting analogy with Montale’s poem:


Forse un mattino andando in un’aria di vetro,
arida, rivolgendomi, vedrò compirsi il miracolo:
il nulla alle mie spalle, il vuoto dietro
di me, con un terrore da ubriaco.

Poi, come s’uno schermo, s’accamperanno di gitto
alberi, case, colli per l’inganno consueto.
Ma sarà troppo tardi; ed io me n’andrò zitto
tra gli uomini che non si voltano, col mio segreto.


EUGENIO MONTALE – OSSI DI SEPPIA 

Dickinson – 335

‘Tis not that Dying hurts us so –
‘Tis Living – hurts us more –
But Dying – is a different way –
A kind behind the Door –

The Southern Custom – of the Bird –
That ere the Frosts are due –
Accepts a better Latitude –
We – are the Birds – that stay.

The Shiverers round Farmer’s doors –
For whose reluctant Crumb –
We stipulate – till pitying Snows
Persuade our Feathers Home.


Non è che il Morire ci faccia così male –
È il Vivere – che ci fa più male –
Ma il Morire – è un modo diverso –
Una specie dietro la Porta –

L’Abitudine al Sud – dell’Uccello –
Che prima che il Gelo sia arrivato –
Preferisce una Latitudine migliore –
Noi – siamo gli Uccelli – che restano.

Tremanti giriamo intorno alle porte del Contadino –
Per la cui riluttante Briciola –
Mercanteggiamo – finché la pietosa Neve
Persuade le nostre Piume verso Casa.

EMILY DICKINSON – POEMS, 335

Etty – 7 Luglio 1942

Giovedi mattina, le nove e mezzo. E parole come Dio e Morte e Dolore e Eternità si devono dimenticare di nuovo. Si deve diventare un’altra volta così semplici e senza parole come il grano che cresce, o la pioggia che cade. Si deve semplicemente essere.

Venerdi mattina. […] Quel che conta in definitiva è come si porta, sopporta, e risolve il dolore, e se si riesce a mantenere intatto un pezzetto della propria anima.

Etty Hillesum – Diario 1941-1943 (Traduzione di C. Passanti)

Etty – 3 Luglio 1942

Non sono più scoraggiata, mi sento più forte. Si diventa più forti se si impara a conoscere e ad accettare le proprie forze e le proprie insufficienze. E’ tutto così semplice e sempre più evidente per me, vorrei vivere abbastanza a lungo per farlo capire anche agli altri. E ora, per davvero, buona notte.

Sabato mattina, le nove
[…]
Allora ho pensato – o piuttosto, in qualche modo ‘ho sentito’ – che gli uomini si sono stancati e si sono rotti i piedi su questa terra di Dio per secoli e secoli, nel freddo e nel caldo, che anche questo fa parte della vita. Un barlume d’eternità filtra sempre più nelle mie più piccole azioni e percezioni quotidiane. Io non sono sola nella mia stanchezza, malattia, tristezza o paura, ma sono insieme con milioni di persone, di tanti secoli: anche questo fa parte della vita che è pur bella e ricca di significato nella sua assurdità, se vi si fa posto per tutto e se la si sente come un’unità indivisibile. Così, in un modo o nell’altro, la vita diventa un insieme compiuto; ma si fa veramente assurda non appena se ne accetta o rifiuta una parte a piacere, proprio perché essa perde allora la sua globalità e diventa tutta quanta arbitraria.

Etty Hillesum – Diario 1941-1943 (Traduzione di C. Passanti)