Author: sulgreto

Pasternak – Sui cespugli aumentano gli squarci

On the bushes grow the tatters
Of disrupted clouds; the garden
Has its mouth full of damp nettles:
Such – the smell of storms and treasures.

Tired shrubs are sick of sighing.
Patches in the sky increase. The
Barefoot blueness has the gait of
Cautious herons in the marshes.

And they gleam, like lips that glisten,
When the hand forgets to wipe them:
Supple willow-switches, oak-leaves,
And the hoofprints by the horsepond.


Sui cespugli aumentano gli squarci
delle nubi sfrondate. Il giardino
ha piena la bocca di umida ortica:
è l’odore delle tempeste e dei tesori.

La macchia è stanca di gemere. In cielo
s’accrescono le luci delle arcate.
L’azzurro scalzo ha l’andatura
dei trampolieri per la palude.

E brillano, brillano come le labbra
non asciugate dalla mano
rami di vètrici e foglie di quercia
e tracce accanto all’abbeveratoio.

BORIS PASTERNAK – POESIE (Traduzione di A. M. Ripellino)

Lascia che passi il giorno

Lascia che passi il giorno
tutti i rammarichi impastati di risposte taciute

Lascia che passi il giorno
in un respiro morbito tra i rami ovattati dai velluti bianchi

Lascia che passi il giorno
il rendere conto di ogni tuo sbaglio  

l’Assenza non si fa mai abitudine
neppure per la Terra
perciò Esserci è l’Abbastanza.

¬ Anna A Sulgreto ¬

Etty – 19 Febbraio 1942

C’era un gran sconforto stamattina a lezione. Ma una luce c’era: una breve, inaspettata conversazione con Jan Bool mentre attraversavamo il freddo e stretto Langebrugsteeg, e poi aspettando il tram. Jan chiedeva con amarezza: cosa spinge l’uomo a distruggere gli altri? E io: gli uomini, dici – ma ricordati che sei un uomo anche tu. E inaspettatamente, quel testardo, brusco Jan era pronto a darmi ragione. Il marciume che c’è negli altri c’è anche in noi, continuavo a predicare; e non vedo nessun’altra soluzione, veramente non ne vedo nessun’altra, che quella di raccoglierci in noi stessi e di strappar via il nostro marciume. Non credo più che si possa migliorare qualcosa nel mondo esterno senza aver prima fatto la nostra parte dentro di noi. E’ l’unica lezione di questa guerra: dobbiamo cercare in noi stessi, non altrove.

Etty Hillesum – Diario 1941-1943 (Traduzione di C. Passanti)

Perderti

Perderti
sarà come vederti salpare
in una calma notte di primavera
dove si sente il fiorire lontano
con il sapore già maturo di ciliege

sarà come donarti
a cestini intrecciati
dove si prepara il raccolto
diffondendo cantilene.

Perderti
sarà come scoprirti
sulla battigia degli abissi
dove il passato sommerge
per farti affiorare tra i silenzi

sarà come ritrovarti
sotto le orme spazzate
in una conchiglia
che narra la sua unicissima storia.

¬ Anna A Sulgreto ¬

Dickinson – 628

They called me to the Window, for
” ‘Twas Sunset” – Some one said –
I only saw a Sapphire Farm –
And just a Single Herd –

Of Opal Cattle – feeding far
Upon so vain a Hill –
As even while I looked – dissolved –
Nor Cattle were – nor Soil –

But in their Room – a Sea – displayed –
And Ships – of such a size
As Crew of Mountains – could afford –
And Decks – to seat the Skies –

This – too – the Showman rubbed away –
And when I looked again –
Nor Farm – nor Opal Herd – was there –
Nor Mediterranean –


Mi chiamarono alla Finestra, perché
“È il Tramonto” – Qualcuno disse –
Io vidi solo una Fattoria di Zaffiro –
E appena un Singolo Gregge –

Di Bestiame d’Opale – che brucava lontano
Su una così inconsistente Collina –
Che già mentre la guardavo – si dissolse –
Né Bestiame c’era – né Terreno –

Ma al loro Posto – un Mare – si dispiegò –
E Navi – di tale grandezza
Che una Ciurma di Montagne – si potevano permettere –
E Ponti – da sistemarci i Cieli –

Questo – pure – L’Impresario spazzò via –
E quando guardai di nuovo –
Né Fattoria – né Gregge d’Opale – c’era là –
Né Mediterraneo –

EMILY DICKINSON – POEMS, 628


I quote this poem with a special thought for a dear, crazy and truly gifted friend of mine who reminded me an interesting analogy with Montale’s poem:


Forse un mattino andando in un’aria di vetro,
arida, rivolgendomi, vedrò compirsi il miracolo:
il nulla alle mie spalle, il vuoto dietro
di me, con un terrore da ubriaco.

Poi, come s’uno schermo, s’accamperanno di gitto
alberi, case, colli per l’inganno consueto.
Ma sarà troppo tardi; ed io me n’andrò zitto
tra gli uomini che non si voltano, col mio segreto.


EUGENIO MONTALE – OSSI DI SEPPIA 

Dickinson – 335

‘Tis not that Dying hurts us so –
‘Tis Living – hurts us more –
But Dying – is a different way –
A kind behind the Door –

The Southern Custom – of the Bird –
That ere the Frosts are due –
Accepts a better Latitude –
We – are the Birds – that stay.

The Shiverers round Farmer’s doors –
For whose reluctant Crumb –
We stipulate – till pitying Snows
Persuade our Feathers Home.


Non è che il Morire ci faccia così male –
È il Vivere – che ci fa più male –
Ma il Morire – è un modo diverso –
Una specie dietro la Porta –

L’Abitudine al Sud – dell’Uccello –
Che prima che il Gelo sia arrivato –
Preferisce una Latitudine migliore –
Noi – siamo gli Uccelli – che restano.

Tremanti giriamo intorno alle porte del Contadino –
Per la cui riluttante Briciola –
Mercanteggiamo – finché la pietosa Neve
Persuade le nostre Piume verso Casa.

EMILY DICKINSON – POEMS, 335

Beato te

Beato te
che la Natura
ha fatto senza memoria.

Beato te
che non lasci nulla
né chiedi di essere sentito.

Beato te
che nasci estraniato – da ogni pensiero –
e muori fiorendo.

Eppure, nel dolore
ritorni, e consoli
anche ciò che è sorpassato per sempre.

¬ Anna A Sulgreto ¬

Etty – 7 Luglio 1942

Giovedi mattina, le nove e mezzo. E parole come Dio e Morte e Dolore e Eternità si devono dimenticare di nuovo. Si deve diventare un’altra volta così semplici e senza parole come il grano che cresce, o la pioggia che cade. Si deve semplicemente essere.

Venerdi mattina. […] Quel che conta in definitiva è come si porta, sopporta, e risolve il dolore, e se si riesce a mantenere intatto un pezzetto della propria anima.

Etty Hillesum – Diario 1941-1943 (Traduzione di C. Passanti)

Oggi sono righe inclinate

Oggi sono righe inclinate
quelle dove ti osservo
gesti di te che scivolano
insieme alle tue parole
pesate
le scorto tra le linee del tempo
con lo sguardo verso l’alto
dove si incontrano
presagi ad attenderti.
In quel cielo sospeso
l’allodola
si avvinghia al filo
e con un battito d’ali
mi restituisce con grazia
la tua leggerezza.

¬ Anna A Sulgreto ¬

Etty – 3 Luglio 1942

Non sono più scoraggiata, mi sento più forte. Si diventa più forti se si impara a conoscere e ad accettare le proprie forze e le proprie insufficienze. E’ tutto così semplice e sempre più evidente per me, vorrei vivere abbastanza a lungo per farlo capire anche agli altri. E ora, per davvero, buona notte.

Sabato mattina, le nove
[…]
Allora ho pensato – o piuttosto, in qualche modo ‘ho sentito’ – che gli uomini si sono stancati e si sono rotti i piedi su questa terra di Dio per secoli e secoli, nel freddo e nel caldo, che anche questo fa parte della vita. Un barlume d’eternità filtra sempre più nelle mie più piccole azioni e percezioni quotidiane. Io non sono sola nella mia stanchezza, malattia, tristezza o paura, ma sono insieme con milioni di persone, di tanti secoli: anche questo fa parte della vita che è pur bella e ricca di significato nella sua assurdità, se vi si fa posto per tutto e se la si sente come un’unità indivisibile. Così, in un modo o nell’altro, la vita diventa un insieme compiuto; ma si fa veramente assurda non appena se ne accetta o rifiuta una parte a piacere, proprio perché essa perde allora la sua globalità e diventa tutta quanta arbitraria.

Etty Hillesum – Diario 1941-1943 (Traduzione di C. Passanti)