Category: Citazioni

C. Campo – Moriremo lontani, 1955

Moriremo lontani. Sarà molto
se poserò la guancia nel tuo palmo
a Capodanno; se nel mio la traccia
contemplerai di un’altra migrazione.

Dell’anima ben poco
sappiamo. Berrà forse dai bacini
delle concave notti senza passi,
poserà sotto aeree piantagioni
germinate dai sassi…

O signore e fratello! ma di noi
sopra una sola teca di cristallo
popoli studiosi scriveranno
forse, tra mille inverni:

“nessun vincolo univa questi morti
nella necropoli deserta”.


We’ll die apart. It’ll be much
if I rest my cheek in our palm
for New Year’s; if in my own
you will trace another migration

We know very little
of the soul. Maybe it’ll drink from pools
of concave nights, stepless,
it’ll rest beneath flying crops
sprung from rocks…

O lord and brother! but maybe,
above a single crystal case
studious peoples will write,
of us, in a thousand winters:

«no ties held together these dead
in the deserted necropolis».

[Translated by Alex Valente]

C. Campo – Nobilissimi ieri

Nobilissimi ieri,
grazie per il silenzio,
l’astensione, la santa
gnosi della distanza,
il digiuno degli occhi, il veto dei veli,
la nera cordicella che annoda ai cieli
con centocinquanta volte sette nodi di seta
ogni tremito del polso,
augusto cànone dell’amore incommosso,
la danza divina del riserbo:
incendio imperiale che accende
come in Teofane il Greco e in Andrea Diacono,
di mille Tabor l’oro delle vostre cupole,
apre gli occhi del cuore negli azzurrissimi spalti,
riveste i torrioni di Sangue…

Che prossimità si spegne
come pioggia di cenere.

CRISTINA CAMPO – Poesia pubblicata in Conoscenza religiosa [I, 1977, p.97; poesia “sacra” consegnata, insieme ad altre, da Cristina Campo alla rivista diretta da Elémire Zolla pochi giorni prima di morire]
Per queste poesie Cristina aveva preparato con cura le note che seguono. Come spiega lei stessa: “Per chi non abbia familiari i riti e gli usi della Chiesa cristiana d’Oriente (soprattutto bizantino-slava di cui si tratta qui) sembra necessaria qualche nota, sia sugli inerti liturgici bizantini e latini, sia sui riferimenti scritturali, soprattutto alcuni passi di san Paolo che legano l’una all’altra, in un modo on nell’altro, tutte le poesie”.

La nera cordicella, il rosario orientale: 150 nodi di lana e seta, formati a loro volta di sette nodi ciascuno. Lo si avvolge al polso sinistro e serve a contare le prostrazioni rituali.
Teofane il Greco, il massimo maestro delle icone di Novgorod, e il suo allievo Andrea Rublev.

[Da: La Tigre Assenza – Adelphi 239. A cura e con nota di Margherita Pieracci Harwell]

Most noble hierarchs,
thanks for the silence,
abstention, holy
gnosis of distance,
the fasting of the eyes, the veto of the veils,
the black cord that ties the sky
one hundred and fifty times seven knots of silk
each tremor of the pulse,
the august rule of untroubled love,
the divine dance of the reserve:
imperial fire that kindles,
as in Theophanes the Greek and Andrew the Deacon,
of a thousand Tabor the gold of your domes,
open the eyes of the heart on the azure glazes,
and clothes the dungeons with Blood…

That proximity extinguishes
like a shower of ashes.

N. Hikmet – Varna, 1952

Impossibile dormire la notte qui a Varna
impossibile dormire
per via di queste stelle che son troppo vicine
per via del mormorio sul greto dell’onde morte
il loro sussurro
le loro perle
i loro ciottoli
le alghe salate
per via del rumore di un motore sul mare come un cuore che batte

per via dei fantasmi
venuti da Istambul
sorti dal Bosforo
che invadono la stanza
gli occhi verdi dell’uno
le manette ai polsi dell’altro
un fazzoletto
nelle mani del terzo
un fazzoletto che sa di lavanda.

Impossibile dormire la notte qui a Varna, mio amore,
qui a Varna, all’albergo Bor.

N. HIKMET – IN ESILIO [Traduzione di Joyce Lussu]

No way you can sleep nights in Varna,
no way you can sleep:
for the wealth of stars
so close and brilliant,
for the rustle of dead waves on the sand,
of salty weeds
with their pearly shells
and pebbles,
for the sound of a motorboat throbbing like a heart at sea
for the memories filling my room,
coming from Istanbul,
          passing through the Bosporus,
                             and filling my room,
some with green eyes,
some in handcuffs
or holding a handkerchief-
the handkerchief smells of lavender. 

No way you can Sleep in Varna, my love,
in Varna at the Bor Hotel.

[Translated by Randy Blasing – Mutlu Konuk]

S. Esenin – 49 (1924)

Ora noi ce ne andremo poco a poco
In quel paese, dove c’è pace e bene.
Forse, anche presto io potrò
Raccogliere per il viaggio fragili masserizie.

Cari boschetti di betulle!
Tu, o terra! E voi, sabbie delle pianure!
Di fronte a questa quantità di cose da lasciare
Non ho la forza di nascondere la mia angoscia.

Troppo ho amato su questo mondo
Tutto ciò che avvolge l’anima nel corpo.
Pace alle tremule, che allargano i rami,
Si sono messe a guardare fisse la rosata acqua.

Molti pensieri ho pensato nel silenzio,
Molte canzoni ho composto dentro di me,
E su questa terra su questa cupa terra
Sono felice per aver respirato e vissuto.

Sono felice per aver baciato le donne,
Calpestato i fiori, giaciuto sull’erba
E, per non aver mai picchiato sulla testa
Gli animali nostri fratelli minori.

So che, là non fioriscono i boschetti,
Non risuona la segale dal collo di cigno.
Per questo di fronte alle molte cose che se ne vanno
Io provo sempre tremito e tremore.

So che in quel paese non ci saranno
Questi campi, che splendono d’oro nel buio.
Per questo mi è cara anche la gente
Che vive con me sulla terra.

SERGEJ ESENIN – POESIE E POEMETTI [a cura di E. Bazzarelli]

Even now, little by little, we are departing
For that land of silence and grace.
Pretty soon I too may have to pack
My measly belongings.

My dear birch thickets!
Earth! And you, sands of plains!
Faced with the throng of departing
I cannot hide my anguish.

I care too much for everything
That clothes the soul in flesh.
Peace be with aspens that have forgotten themselves
Staring into pink waters with open branches.

I’ve thought many thoughts in silence;
I’ve composed many songs of myself;
And on this grim earth
I’m happy to have breathed and lived.

I’m happy to have kissed women,
Crushed flowers, rolled in the grass,
And never hit beasts on the head,
Since they’re our lesser brothers.

I know woods don’t bloom over there,
Swans’ necks don’t ring out in the wheat.
That’s why I always tremble
When I face the hordes of the departing.

I know that other land won’t have
These cornfields, gold in the dark.
That’s why I love the people
Who live on this earth with me.

[Translated by Anton Yakovlev]

S. Esenin – 61 (1924)

Ho chiesto oggi al cambiavalute,
Quanto mi dava per un rublo in mezzi tuman,
E come potevo dire alla bellissima Lala
In persiano le tenere parole “ti amo”?

Ho chiesto oggi al cambiavalute
Più leggero del vento, più calmo delle acque del Van,
Come potevo dire alla bellissima Lala,
La parola carezzevole “baciami”?

E chiesi ancora al cambiavalute,
Nascondendo la timidezza nel cuore profondo,
Come potevo dire alla bellissima Lala,
Come dirle che lei è “mia”?

E brevemente mi rispose il cambiavalute:
A parole non si parla d’amore,
D’amore si sospira solo furtivamente,
E gli occhi, come zaffiri, risplendono.

Il bacio non ha nomi, non ne ha,
La parola bacio non si incide sulle bare.
I baci spirano profumi di rosa rossa,
Sciogliendosi come petali sulle labbra.

All’amore non si chiedono giuramenti,
Con l’amore si conoscono gioia e sventura.
“Tu sei mia” lo possono dire solo le mani,
Che hanno strappato il nero ciadòr.

SERGEJ ESENIN – POESIE E POEMETTI [a cura di E. Bazzarelli]

Nowadays I asked a money-changer
Who exchanges half toman for ruble,
`How to say it, in the Persian language,
The sweet words for Lala, “I love you!”

Nowadays I asked the money-changer,
Easier than wind o`er the smooth Van,
How can I name it, me, a stranger,
The endearing word of “kiss” for Lala? Ah!

Then I also asked the money-changer,
Keeping back my shyness deep at heart,
How to confide, how to adventure
To declare love of Lala, call her “mine”.

Thus the money-changer spake compactly,
What the use of words when one`s in love?
When in love one only sighs abruptly,
And one`s eyes like diamonds twinkle bright.

Just as well a kiss has no title,
Since a kiss is no epitaths.
Kisses winnow as a red rose, scarlet
Petals of the kisses melt in mouths.

There betides in love both woe and gladness.
Love is not what is released on bail.
`You are mine` can only say your hands that
Once tore off the ebony Moslem veil.

[Translated by Bob Lokhar]

Dickinson – 317

Just so – Jesus – raps –
He -doesn’t weary –
Last – at the Knocker –
And first – at the Bell.
Then – on divinest tiptoe – standing –
Might He but spy the lady’s soul –
When He – retires –
Chilled – or weary –
It will be ample time for – me –
Patient – upon the steps – until then –
Heart! I am knocking – low at thee.

Giusto così – Gesù – bussa –
lui – non si stanca –
ultimo – al battente –
e primo – al campanello.
Poi – fermo – su divine punte dei piedi –
se gli riesca di vedere l’anima della dama –
Quando lui – si ritirerà –
infreddolito – o stanco –
sarà ancora molto presto per – me –
paziente – sui gradini – fino allora –
cuore! sto bussando pian piano per te.


S. Esenin – Autunno

Piano in una forra di ginepri contro un dirupo
L’autunno – fulva giumenta – si pettina la criniera

Sul tappeto fluviale delle rive
Si sente l’azzurro stridio dei suoi ferri.

Il vento-eremita con cauto passo
Calpesta il fogliame sulle sporgenze delle strade

E bacia un cespuglio di sorbo
Le rosse ulcere di un invisibile Cristo.

SERGEJ ESENIN – POESIE E POEMETTI [a cura di E. Bazzarelli]

Quiet in a juniper gorge against a cliff
Autumn – fawn mare – combs her mane

On the river carpet of the banks
You can hear the blue screech of his irons.

The wind-hermit with cautious step
Tramples the foliage on the road ledges

And kiss a rowan bush
The red ulcers of an invisible Christ.

N. Hikmet – Berlino, 1961

Nelle mie braccia tutta nuda
la città la sera e tu
il tuo chiarore l’odore dei tuoi capelli
si riflettono sul mio viso.

Di chi è questo cuore che batte
più forte delle voci e dell’ansito?
è tuo è della città è della notte
o forse è il mio cuore che batte forte?

Dove finisce la notte
dove comincia la città?
dove finisce la città dove cominci tu?
dove comincio e finisco io stesso?

N. HIKMET – POESIE D’AMORE, IN ESILIO, [Traduzione di Joyce Lussu]

In my arms all naked
the city the night and you
your glow smell of your hair
reflected on my face.

Whose is this heart that beats
stronger than the voices and anxiety?
Is it yours of the city of the night
or maybe is it my heart beating so hard?

Where does the night end
where the city start?
where does the city end where you start?
Where do I start and finish it myself?

[This is just a translation attempt]

N. Hikmet – 1948

I giorni son sempre più brevi
le piogge cominceranno.
La mia porta, spalancata, ti ha atteso.
Perché hai tardato tanto?

Sul mio tavolo, dei peperoni verdi, del sale, del pane.
Il vino che avevo conservato nella brocca
l’ho bevuto a metà, da solo, aspettando.
Perché hai tardato tanto?

Ma ecco sui rami, maturi, profondi
dei frutti carichi di miele.
Stavano per cadere senz’essere colti
se tu avessi tardato ancora un poco.

N. HIKMET – POESIE D’AMORE, LETTERE DAL CARCERE A MUNEVVE, Prigione di Bursa (Anatolia) [Traduzione di Joyce Lussu]

The days are gradually getting shorter,
the rains are about to start.
My door waited wide open for you.
      Why were you so late?

Bread, salt, a green pepper on my table.
Wating for you, I drank on my own
half the wine I kept for you in my jug.
     Why were you so late?

But look, the honeyed fruit,
ripe on the branch, remains alive.
If you had been any later
it would have dropped unplucked to the ground.

[Translated by Richard McKane]

S. Esenin – 1918

Oggi il mio amore non è più lo stesso.
Ah, lo so, che tu soffri, soffri
Perché, la ramazza della luna
Non ha rovesciato pozzanghere di versi.

Sei triste e ti rallegri della stella,
Che ti cade sulle sopracciglia,
Tu hai cantato il cuore all’izba,
Ma non hai costruito una casa nel cuore.

E quello, che tu aspettavi nella notte
Se ne è andato, come prima, dal tetto.
O amico, per chi hai indorato
Le tue chiavi con parole di canto?

Non ti è dato cantare il sole,
Né vedere dalla finestra il paradiso.
Come un mulino che, agitando le ali,
Dalla terra non riesce a staccarsi.

SERGEJ ESENIN – POESIE E POEMETTI [a cura di E. Bazzarelli]

Now my love is not the same.
Ah, I know, you grieve, you
Grieve that pools of words
Have not spilled from the moon’s broom.

Mourning and rejoicing at the star
Which settles on your brows
You sang out your heart to the izba
But failed to build a home in your heart.

And what you hoped for every night
Has passed your roof by once again.
Dear friend, for whom then did you gild
Your springs with singing speech?

You will not sing about the sun
Nor glimpse, from your window, paradise
Just as the windmill, flapping its wing
Cannot fly up from the earth.

[Translated by Tim Jones ]