Category: Citazioni

S. Weil – Il libro del potere

[…] Solo se si conosce l’imperio della forza e se si è capaci di non rispettarlo è possibile amare.

[…] Chiarire i concetti, screditare le parole congenitamente vuote, definire l’uso di altre attraverso analisi precise, per quanto possa sembrare strano, servirebbe a salvare delle vite umane.

[…] La nostra scienza conserva come in un magazzino i meccanismi intellettuali più raffinati atti a risolvere i problemi più complessi ma noi siamo pressoché incapaci di applicare i metodi elementari del pensiero razionale. In ogni ambito sembriamo aver perduto le nozioni essenziali dell’intelletto, quelle di limite, misura, grado, proporzione, relazione, rapporto, condizione, legame necessario, connessione tra mezzi e risultati.

[…] sacrifichiamo noi stessi e gli altri in virtù di astrazioni cristallizzate, isolate, impossibili da mettere in rapporto tra loro o con le cose concrete.

[…] L’uomo considerato semplicemente come uomo, è sprovvisto di forza. Se gli si obbedisce in tale qualità, l’obbedienza è perfettamente pura. E’ questo il senso della fedeltà personale nei rapporti di subordinazione; la fierezza ne esce totalmente intatta. Ma quando si obbedisce agli ordini di un uomo in qualità di depositario di un potere collettivo, che lo si faccia con o senza amore, se ne esce degradati.

Simone Weil – Il libro del potere. [Traduzione di Valentina Abaterusso, Chiarelettere Editore]


[…]
[…]

Simon Weil –


S. Weil – Il libro del potere

[…] Qui [in Occidente] le idee di limite, di misura, di equilibrio, che dovrebbero determinare la condotta esistenziale, conservano solo un’accezione pratica in ambito tecnico. Noi siamo geometri solo al cospetto della materia; mentre i Greci lo furono prima di tutto nell’apprendimento della virtù.

[…] la guerra cancella ogni idea di scopo, persino l’idea di uno scopo della guerra. Cancella il pensiero stesso di mettere fine alla guerra.

[…] Colui che è stato costretto dal nemico a distruggere dentro di sé ciò che la natura vi aveva riposto pensa di poter guarire solo distruggendo il nemico medesimo.

[…] E’ questa la natura della forza. Il suo potere di trasformare gli uomini in cose è duplice e si esplica su due fronti; essa pietrifica seppur in modo diverso sia l’animo di coloro che la subiscono sia quello di coloro che la esercitano.

[…] La leggerezza di coloro che dispongono senza rispetto degli uomini e delle cose che hanno o credono di avere alla loro mercè, contribuisce a delineare un quadro uniforme di orrore.

[…] Colui che ignora fino a che punto la fortuna mutevole e la necessità tengono in scacco ogni animo umano non può guardare come propri simili né amare come se stesso coloro che il fato ha separato da lui tramite un abisso.

Simone Weil – Il libro del potere. [Traduzione di Valentina Abaterusso, Chiarelettere Editore]


[…]
[…]

Simon Weil –


N. Cunard – Se stasera/If We Devise Tonight

Respira la notte brumosa, è tempo
Di riaccendere candele derelitte,
Ansiose di sentire le nostre ultime filosofie.
C’è un canto nel mio cuore, un richiamo
Alla sommessa inquietudine autunnale –
Se col bicchiere pieno noi parlassimo
Di tutte queste cose, se svelassimo altri pensieri,
Dipanando il tesoro ravvolto delle nostre fantasie?
La falena dalle ali chiuse nella stanza
E i pipistrelli selvatici del buio, nessun altro
Verrà al nostro simposio; ti sento dire:
Toccheremmo profondità insondate
Scendendo nei cunicoli dei nostri umori
Seminando pensieri sul silenzio – No,
Non mieteremo verità se non nei sogni
Che l’alba terminano sulla parola “forse”.

NANCY CUNARD – DA SUBLUNARY (1923) | Parallax [A cura di A. Crea, De Piante Editore]


The misty night is breathing, it is time
Now before the dawn to light forgotten candles
That wait to hear our last philosophies.
There is a singing in my heart, a crying
To all the muted restlessness of autumn –
If with replenished glasses we should speak,
Discourse upon such things, tell other thoughts,
Uncoiling the wound treasure of our fancies?
The moth with folded wings inside this room
And the wild bats of darkness, no other hosts
Will come to our devising; I hear you say:
The depths that we would touch are sill unplumbed
As we descend the passage of our moods
Sowing our thoughts upon the silence – No,
We shall not gather truth save in our dreams
That waking end upon the word “perhaps”.

NANCY CUNARD – from Sublunary (1923)

F. Dostoevskij – Epilogo

[…] Raskòlnikov trascorse all’ospedale l’ultima parte della quaresima e l’intera settimana santa. Quand’era già convalescente, ricordò alcuni sogni fatti giacendo a letto con la febbre e il delirio. Una volta aveva sognato che tutto il mondo era condannato ad esser vittima di una tremenda, inaudita pestilenza, mai vista prima, che avanzava verso l’Europa dal fondo dell’Asia. Tutti erano destinati a perire, tranne pochi, pochissimi eletti. Erano comparse certe nuove “trichine”, esseri microscopici che penetravano nel corpo umano. Ma questi esseri erano spiriti, dotati di intelligenza e di volontà. Gli uomini che le accoglievano dentro di sé diventavano subito indemoniati e pazzi, eppure non si erano mai creduti così intelligenti e infallibili come dopo il contagio. Mai avevano ritenuto più giusti i loro giudizi, le loro conclusioni scientifiche, le loro categorie e convinzioni morali. Interi villaggi, intere città e nazioni venivano infettati e cadevano in preda alla pazzia. Tutti vivevano nell’ansia e non si capivano a vicenda, ciascuno ritenendo di esser l’unico depositario della verità; e ciascuno, guardando gli altri, si tormentava, si batteva il petto, piangeva e si torceva le mani. Non sapevano chi e come giudicare, non riuscivano ad accordarsi nel giudicare il male e il bene. Non sapevano chi condannare e chi assolvere. Gli uomini si uccidevano tra loro, presi da una rabbia assurda e forsennata. Si preparavano a combattersi con interi eserciti, ma gli eserciti, già in marcia, a un tratto cominciavano a dilaniarsi da soli, le file si scompaginavano, i guerrieri si slanciavano l’uno contro l’altro, si infilzavano e si sgozzavano, si mordevano e si divoravano tra loro. Nelle città le campane suonavano a stormo tutto il giorno: venivano chiamati a raccolta tutti, ma nessuno sapeva chi fosse a chiamare e a che scopo, e tutti erano in angoscia. Avevano abbandonato i normali mestieri, perché ciascuno proponeva le proprie idee, le proprie innovazioni, e non riuscivano a mettersi d’accordo. L’agricoltura era paralizzata. A volte la gente si radunava a gruppi; si mettevano d’accordo su qualcosa, giuravano di non separarsi più, ma subito dopo si mettevano a fare una cosa completamente diversa da quella che loro stessi avevano proposto e ricominciavano ad incolparsi reciprocamente, ad azzuffarsi e a scannarsi. Scoppiavano incendi. Venne la carestia. Tutti e tutto andava in malora. La pestilenza aumentava e avanzava sempre di più. Nel mondo intero, solo pochi uomini avevano potuto salvarsi, i puri e gli eletti predestinati a dar vita a una nuova razza umana e a un nuovo modo di vivere, a rinnovare e purificare la terra; ma nessuno aveva mai visto da nessuna parte questi uomini, nessuno aveva udito mai le loro parole e la loro voce.
[…]

Fëdor Michailović Dostoevskij – Delitto e Castigo, Epilogo, II. [Traduzione di Fausto Malcovati, Garzanti Editore]

“…eppure non si erano mai creduti così intelligenti e infallibili come dopo il contagio. Mai avevano ritenuto più giusti i loro giudizi, le loro conclusioni scientifiche, le loro categorie e convinzioni morali”

“Avevano abbandonato i normali mestieri, perché ciascuno proponeva le proprie idee, le proprie innovazioni, e non riuscivano a mettersi d’accordo.”


[…] Raskòlnikov was in the hospital from the middle of Lent till after Easter. When he was better, he remembered the dreams he had had while he was feverish and delirious. He dreamt that the whole world was condemned to a terrible new strange plague that had come to Europe from the depths of Asia. All were to be destroyed except a very few chosen. Some new sorts of microbes were attacking the bodies of men, but these microbes were endowed with intelligence and will. Men attacked by them became at once mad and furious. But never had men considered themselves so intellectual and so completely in possession of the truth as these sufferers, never had they considered their decisions, their scientific conclusions, their moral convictions so infallible. Whole villages, whole towns and peoples went mad from the infection. All were excited and did not understand one another. Each thought that he alone had the truth and was wretched looking at the others, beat himself on the breast, wept, and wrung his hands. They did not know how to judge and could not agree what to consider evil and what good; they did not know whom to blame, whom to justify. Men killed each other in a sort of senseless spite. They gathered together in armies against one another, but even on the march the armies would begin attacking each other, the ranks would be broken and the soldiers would fall on each other, stabbing and cutting, biting and devouring each other. The alarm bell was ringing all day long in the towns; men rushed together, but why they were summoned and who was summoning them no one knew. The most ordinary trades were abandoned, because everyone proposed his own ideas, his own improvements, and they could not agree. The land too was abandoned. Men met in groups, agreed on something, swore to keep together, but at once began on something quite different from what they had proposed. They accused one another, fought and killed each other. There were conflagrations and famine. All men and all things were involved in destruction. The plague spread and moved further and further. Only a few men could be saved in the whole world. They were a pure chosen people, destined to found a new race and a new life, to renew and purify the earth, but no one had seen these men, no one had heard their words and their voices.
[…]

Fyodor Dostoyevsky – Crime and Punishment, Epilogue, II [Constance Garnett, Trans.]


P. Celan – Parla anche tu

Parla anche tu,
parla per ultimo,
dì il tuo pensiero.

Parla –
Ma non dividere il sì dal no.
Dà anche senso al tuo pensiero:
dagli ombra.

Dagli ombra che basti, tanta
quanta tu sai
attorno a te divisa fra
mezzanotte e mezzodì e mezzanotte.

Guardati intorno:
vedi come in giro si rivive –
Per la morte! Si rivive!
Dice il vero, chi dice ombre.

Ma ora si stringe il luogo dove stai:
Adesso dove andrai, spogliato dell’ombre, dove?
Sali. A tasto innalzati.
Più sottile divieni, quasi altro, più fine!
Più fine: un filo, lungo il quale
vuole scendere, la stella:
per giù nuotare, giù, dove essa
si vede brillare: nel mareggiare
di errabonde parole.

PAUL CELAN – DI SOGLIA IN SOGLIA | Alla volta dell’isola [A cura di G. Bevilacqua, Einaudi Editore]


Speak, you too,
speak last,
have your say.

Speak —
But do not split the No from the Yes.
Give your saying also meaning:
give it its shadow.

Give it enough shadow,
give it as much
as you know to be parceled out between your
midnight and midday and midnight.

Look around:
see how it all comes alive—
At death! Alive!
Speaks true, who speaks shadows.

But now the place you stand on shrinks:
Where to now, shadow-stripped one, where to?
Climb. Grope your way up.
You’ll grow thinner, more unrecognizable, finer!
Finer: a thread
along which it wants to alight, the star:
so as to swim further down, down
where it sees itself gleam: in the swell
of wandering words.

PAUL CELAN – Speak you too from “Von Schwelle zu Schwelle, 1955” – Translated by PIERRE JORIS (@pjoris)

N. Cunard – Siccità/Drought

Il giorno è lungo a morire, e ancora indugia
Nei campi, finché il sole
Covando un feroce declino se ne va,
Le braccia aperte sui mari d’occidente.
Respira piano il tramonto sulla terra,
Distilla un grigio scintillio sull’alto grano
E sui fitti covoni, ove ore roventi
Hanno brunito e arso i pascoli morenti.
Anima dell’estate, luglio, mese imperiale,
Dispensatore prodigo di grazie,
Si è fatto incendiario, non trattiene il fuoco;
E ogni notte si strugge fino all’alba,
Spiando il misero oro della luna,
Il soave oro spurio del suo volto freddo
Che se ne sta lassù in contemplazione.

NANCY CUNARD – DA OUTLAWS | Parallax [A cura di A. Crea, De Piante Editore]
Forse gli ultimi due versi mi sarebbero piaciuti tradotti anche così:
“Quell’incantevole oro spurio del suo volto freddo
Che placido sta in contemplazione distante”


This day is long at dying, and tarries yet
Late in the harvest fields, until the sun
Brooding a fierce decline is gone at last,
Flinging broad arms across the western waters.
Softly the twilight breathes upon the earth,
Distils grey glimmer on the giant corn
And on the heavy sheaves, where flaming hours
Have gilt and browned and burned the dying pastures.
July, the soul of summer, the month imperial,
Dispenser opulent of all good things,
Is turned incendiary, stays not his fire;
And every night must languish until dawn,
Watching at the moon bear hence that mocking gold,
That lovely spurious gold of her cool face
That lies aloof in distant contemplation.

NANCY CUNARD – from Outlaws

Choman Hardi – Journey through the dead villages

A volte un viaggio
è l’inizio di cento viaggi
ognuno irreversibile
primo di altri piccoli viaggi
ognuno comporta cento possibilità
cento partenze.
Nessun viaggio si capisce interamente.

Questo viaggio cominciò con le lacrime di mio fratello.
Al confine del nostro paese
mio fratello seppe di qualcuno che era morto.
Mai l’avevo visto piangere
neppure quando tornava dopo essere scomparso
gonfio, a pezzi, appena diciasettenne,
mai l’avevo visto piangere.

Per la tristezza che ci colse al momento di partire
ci lasciammo dietro gran parte del cibo.
Quando attraversammo le aride gole delle montagne
ci accontentammo di pane e acqua
e a ogni pasto,
ricordando il cibo che non c’era
ricordavamo l’uomo che non c’era.

I villaggi che attraversammo erano vuoti.
Le pecore disperse senza pastore
vagavano tristi e impaurite.

Attraversammo la frontiera proibita,
provammo il terrore del silenzio.
Il viaggio si interruppe in un paese vicino
dove rimanemmo nascosti quattro anni.
Ma non è stato solo questo.
Ogni viaggio comporta cento possibilità
ognuna irrevocabile, e altri piccoli viaggi.

CHOMAN HARDI – LA CRUDELTA’ CI COLSE DI SORPRESA | Poesie dal Kurdistan [A cura di P. Splendore, Edizioni dell’asino]


Sometimes one journey
is the beginning of a hundred journeys
each journey irreversible
leading to other little journeys
each journey entailing a hundred possibilities
a hundred departures.
No journey is understood in all its aspects.

This journey started with my brother’s tears.
On the fringe of our land
my brother was informed of a death.
I had never seen him cry
even returning after an absence
swollen, broken, an only seventeen
I had never seen him cry.

Within the sadness that enveloped the beginning of our journey
we left behind most of our food.
While crossing through the dry-lipped mountains
we made do with bread and water
and every meal,
when we remembered the absent food,
we remembered the absent men.

The villages we crossed were empty.
The scattered sheep without their shepherd
were circling in sadness and fear.

We crossed the forbidden border,
witnessed the scariness of silence.
Our journey stopped in this neighbouring land
where we spent four years covered up.
But that wasn’t all.
Each journey entails a hundred possibilities
each undoable,
leading to other little journeys.

CHOMAN HARDI – from Life for Us

J. L. Borges – Things that might have been

Penso alle cose che avrebbero potuto e che non sono state.
Il trattato di mitologia sassone che Beda non ha scritto.
L’opera inconcepibile che Dante forse ha intravisto appena,
corretto ormai l’ultimo verso della sua Commedia.
La storia senza la sera della Croce e la sera della cicuta.
La storia senza il volto di Elena.
L’uomo senza gli occhi, che ci regalano la luna.
Nei tre giorni di Gettysburg la vittoria del Sud.
L’amore che non abbiamo condiviso.
L’esteso impero che i Vichinghi non vollero fondare.
Il mondo senza ruota e senza rosa.
Il giudizio su Shakespeare di John Donne.
L’altro corno dell’Unicorno.
L’uccello favoloso dell’Irlanda, che è in due luoghi nello stesso tempo.
Il figlio che non ho avuto.

JORGE LUIS BORGES – STORIA DELLA NOTTE [A cura di F. Fava, Adelphi]


I think about things that could have and were not.
The mythology treatise that Beda did not write.
The inconceivable work that Dante has maybe just glimpsed,
the last line of his Commedia just corrected.
The history without the night of the Rood and the night of the hemlock.
The history without Elena’s face.
The man without eyes, which give us the moon.
On the days of Gettysburg the Southern victory.
The love we did not share.
The vast empire that Vikings did not want to found.
The world without wheel or without rose.
The John Donne’s judgment on Shakespeare.
The other horn of the Unicorn.
The fabulous bird of Ireland, which is in two places at the same time.
The son I did not have.

JORGE LUIS BORGES – HISTORIA DE LA NOCHE

J. L. Borges – L’attesa

Prima che il frettoloso campanello
squilli e ti aprano e tu entri, oh attesa
dall’ansia, l’universo dovrà già
aver compiuto un’infinita serie
di atti concreti. Non potrà nessuno
calcolarne la cifra, la vertigine
di ciò che negli specchi si moltiplica,
di ombre che si allungano e ritornano,
di passi che divergono e convergono.
La sabbia non saprebbe enumerarli.
(Nel petto l’orologio del mio sangue
batte il trepido tempo dell’attesa).

Prima che tu arrivi,
un monaco deve sognare un’ancora,
una tigre morire a Sumatra,
nove uomini morire nel Borneo.

JORGE LUIS BORGES – STORIA DELLA NOTTE [A cura di F. Fava, Adelphi]


Before the hasty bell rings
and they open the door and you come in, oh wait
from anxiety, the universe must
have already done an infinite
series of concrete acts. Nobody can
estimate the figure, the vertigo
of what multiplies on the mirrors,
of stretching and coming back shadows,
of diverging and converging steps.
The sands could not enumerate them.
(In the chest, the clock of my blood beats
the axious waiting time).

Before you arrive,
a monk must dream an “again”,
a tiger must die in Sumatra,
nine men must die in Borneo.

JORGE LUIS BORGES – HISTORIA DE LA NOCHE

O. Mandel’ŝtam – Armenia I

Tu muovi la rosa di Hafiz,
cresci bambini-bestiole,
respiri da spalle ottagonali
di rustiche chiese bovine.

Dipinta di rauca ocra sei
tutta oltre il monte, lontana:
solo una figurina, qui, già asciutta
dell’acqua, su un piattino.

OSIP MANDEL’ŜTAM – VIAGGIO IN ARMENIA I [A cura di S. Vitale, Adelphi]


Armenia, you cradle the rose of Hafiz,
and nurse your brood of wild children.
Your breathing is the breathing of rough peasant churches,
with their octagonal, bullish shoulders.

Coloured with hoarse ochre,
you lie far over the mountain,
while all that is here is a transfer,
soaked free in a saucer of water.

OSIP MANDEL’ŜTAM – THE MOSCOW NOTEBOOKS [Translated by Richard and Elizabeth McKane]