Category: Fedor Dostoevskij

S. Weil – Il libro del potere

[…] Solo se si conosce l’imperio della forza e se si è capaci di non rispettarlo è possibile amare.

[…] Chiarire i concetti, screditare le parole congenitamente vuote, definire l’uso di altre attraverso analisi precise, per quanto possa sembrare strano, servirebbe a salvare delle vite umane.

[…] La nostra scienza conserva come in un magazzino i meccanismi intellettuali più raffinati atti a risolvere i problemi più complessi ma noi siamo pressoché incapaci di applicare i metodi elementari del pensiero razionale. In ogni ambito sembriamo aver perduto le nozioni essenziali dell’intelletto, quelle di limite, misura, grado, proporzione, relazione, rapporto, condizione, legame necessario, connessione tra mezzi e risultati.

[…] sacrifichiamo noi stessi e gli altri in virtù di astrazioni cristallizzate, isolate, impossibili da mettere in rapporto tra loro o con le cose concrete.

[…] L’uomo considerato semplicemente come uomo, è sprovvisto di forza. Se gli si obbedisce in tale qualità, l’obbedienza è perfettamente pura. E’ questo il senso della fedeltà personale nei rapporti di subordinazione; la fierezza ne esce totalmente intatta. Ma quando si obbedisce agli ordini di un uomo in qualità di depositario di un potere collettivo, che lo si faccia con o senza amore, se ne esce degradati.

Simone Weil – Il libro del potere. [Traduzione di Valentina Abaterusso, Chiarelettere Editore]


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Simon Weil –


F. Dostoevskij – Epilogo

[…] Raskòlnikov trascorse all’ospedale l’ultima parte della quaresima e l’intera settimana santa. Quand’era già convalescente, ricordò alcuni sogni fatti giacendo a letto con la febbre e il delirio. Una volta aveva sognato che tutto il mondo era condannato ad esser vittima di una tremenda, inaudita pestilenza, mai vista prima, che avanzava verso l’Europa dal fondo dell’Asia. Tutti erano destinati a perire, tranne pochi, pochissimi eletti. Erano comparse certe nuove “trichine”, esseri microscopici che penetravano nel corpo umano. Ma questi esseri erano spiriti, dotati di intelligenza e di volontà. Gli uomini che le accoglievano dentro di sé diventavano subito indemoniati e pazzi, eppure non si erano mai creduti così intelligenti e infallibili come dopo il contagio. Mai avevano ritenuto più giusti i loro giudizi, le loro conclusioni scientifiche, le loro categorie e convinzioni morali. Interi villaggi, intere città e nazioni venivano infettati e cadevano in preda alla pazzia. Tutti vivevano nell’ansia e non si capivano a vicenda, ciascuno ritenendo di esser l’unico depositario della verità; e ciascuno, guardando gli altri, si tormentava, si batteva il petto, piangeva e si torceva le mani. Non sapevano chi e come giudicare, non riuscivano ad accordarsi nel giudicare il male e il bene. Non sapevano chi condannare e chi assolvere. Gli uomini si uccidevano tra loro, presi da una rabbia assurda e forsennata. Si preparavano a combattersi con interi eserciti, ma gli eserciti, già in marcia, a un tratto cominciavano a dilaniarsi da soli, le file si scompaginavano, i guerrieri si slanciavano l’uno contro l’altro, si infilzavano e si sgozzavano, si mordevano e si divoravano tra loro. Nelle città le campane suonavano a stormo tutto il giorno: venivano chiamati a raccolta tutti, ma nessuno sapeva chi fosse a chiamare e a che scopo, e tutti erano in angoscia. Avevano abbandonato i normali mestieri, perché ciascuno proponeva le proprie idee, le proprie innovazioni, e non riuscivano a mettersi d’accordo. L’agricoltura era paralizzata. A volte la gente si radunava a gruppi; si mettevano d’accordo su qualcosa, giuravano di non separarsi più, ma subito dopo si mettevano a fare una cosa completamente diversa da quella che loro stessi avevano proposto e ricominciavano ad incolparsi reciprocamente, ad azzuffarsi e a scannarsi. Scoppiavano incendi. Venne la carestia. Tutti e tutto andava in malora. La pestilenza aumentava e avanzava sempre di più. Nel mondo intero, solo pochi uomini avevano potuto salvarsi, i puri e gli eletti predestinati a dar vita a una nuova razza umana e a un nuovo modo di vivere, a rinnovare e purificare la terra; ma nessuno aveva mai visto da nessuna parte questi uomini, nessuno aveva udito mai le loro parole e la loro voce.
[…]

Fëdor Michailović Dostoevskij – Delitto e Castigo, Epilogo, II. [Traduzione di Fausto Malcovati, Garzanti Editore]

“…eppure non si erano mai creduti così intelligenti e infallibili come dopo il contagio. Mai avevano ritenuto più giusti i loro giudizi, le loro conclusioni scientifiche, le loro categorie e convinzioni morali”

“Avevano abbandonato i normali mestieri, perché ciascuno proponeva le proprie idee, le proprie innovazioni, e non riuscivano a mettersi d’accordo.”


[…] Raskòlnikov was in the hospital from the middle of Lent till after Easter. When he was better, he remembered the dreams he had had while he was feverish and delirious. He dreamt that the whole world was condemned to a terrible new strange plague that had come to Europe from the depths of Asia. All were to be destroyed except a very few chosen. Some new sorts of microbes were attacking the bodies of men, but these microbes were endowed with intelligence and will. Men attacked by them became at once mad and furious. But never had men considered themselves so intellectual and so completely in possession of the truth as these sufferers, never had they considered their decisions, their scientific conclusions, their moral convictions so infallible. Whole villages, whole towns and peoples went mad from the infection. All were excited and did not understand one another. Each thought that he alone had the truth and was wretched looking at the others, beat himself on the breast, wept, and wrung his hands. They did not know how to judge and could not agree what to consider evil and what good; they did not know whom to blame, whom to justify. Men killed each other in a sort of senseless spite. They gathered together in armies against one another, but even on the march the armies would begin attacking each other, the ranks would be broken and the soldiers would fall on each other, stabbing and cutting, biting and devouring each other. The alarm bell was ringing all day long in the towns; men rushed together, but why they were summoned and who was summoning them no one knew. The most ordinary trades were abandoned, because everyone proposed his own ideas, his own improvements, and they could not agree. The land too was abandoned. Men met in groups, agreed on something, swore to keep together, but at once began on something quite different from what they had proposed. They accused one another, fought and killed each other. There were conflagrations and famine. All men and all things were involved in destruction. The plague spread and moved further and further. Only a few men could be saved in the whole world. They were a pure chosen people, destined to found a new race and a new life, to renew and purify the earth, but no one had seen these men, no one had heard their words and their voices.
[…]

Fyodor Dostoyevsky – Crime and Punishment, Epilogue, II [Constance Garnett, Trans.]